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Discussione: Accordo azienda-lavoratore riduzione retribuzione

  1. #1
    stsimar è offline Senior Member
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    Sep 2007
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    Predefinito Accordo azienda-lavoratore riduzione retribuzione

    Una azienda con meno di 15 dipendenti in crisi economica si accorda con alcuni lavoratori, individualmente, per la riduzione temporanea della retribuzione, per la sola parte superminimo (quindi sempre nei limiti del CCNL Terziario), fino alla fine dell'anno, senza riduzione dell'orario di lavoro (tra l'altro trattasi di quadri).

    E' sufficiente l'accordo scritto oppure necessita l'intervento della DPL o dell'EBIT? Oppure si fa l'accordo scritto e si invia alla DPL?

  2. #2
    Studium è offline Senior Member
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    Provo ad abbozzare una risposta. Da letture fatte nel tempo, di cui non ricordo però i precisi riferimenti, mi è parso di capire che il superminimo non rientri, giurisprudenzialmente, negli elementi ritenuti indisponibili della retribuzione.

    Ciò comporta(rebbe) che, accondiscendendo per iscritto a ridurre e/o eliminare il superminimo:

    - non si potrebbe comunque eccepire nulla in fase ispettiva, laddove tutti gli altri elementi costituenti la giusta retribuzione (minimo, contingenza, tredicesima ecc.ecc.) vengano corrisposti;

    - non si potrebbe eccepire la nullità in sede giudiziale - com'è nel caso dei diritti indisponibili - dell'accordo firmato.

    Prendilo solo come uno spunto, nulla toglie che ricordi male.

    Ciao

  3. #3
    cedolino è offline Senior Member
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    Citazione Originariamente Scritto da Studium Visualizza Messaggio
    Provo ad abbozzare una risposta. Da letture fatte nel tempo, di cui non ricordo però i precisi riferimenti, mi è parso di capire che il superminimo non rientri, giurisprudenzialmente, negli elementi ritenuti indisponibili della retribuzione.

    Ciò comporta(rebbe) che, accondiscendendo per iscritto a ridurre e/o eliminare il superminimo:

    - non si potrebbe comunque eccepire nulla in fase ispettiva, laddove tutti gli altri elementi costituenti la giusta retribuzione (minimo, contingenza, tredicesima ecc.ecc.) vengano corrisposti;

    - non si potrebbe eccepire la nullità in sede giudiziale - com'è nel caso dei diritti indisponibili - dell'accordo firmato.

    Prendilo solo come uno spunto, nulla toglie che ricordi male.

    Ciao

    condivido, anche secondo me non verebbero intaccati i minimi di legge e ci sarebbe l'accordo tra le parti

  4. #4
    iam
    iam è offline Senior Member
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    Feb 2008
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    io non condivido invece!

    La Cassazione ha più volte affermato la nullità di questi patti riduttivi, salvo che non ci sia contemporaneamente un mutamento di mansioni.
    Non discutere mai con un idiota, ti trascina al suo livello e poi ti batte con l'esperienza

  5. #5
    Studium è offline Senior Member
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    Citazione Originariamente Scritto da iam Visualizza Messaggio
    io non condivido invece!

    La Cassazione ha più volte affermato la nullità di questi patti riduttivi, salvo che non ci sia contemporaneamente un mutamento di mansioni.
    Per esempio, da guida al lavoro n.30 del luglio 2002, un commento a una sentenza della corte d'appello di Bologna:

    Ultima questione affrontata dal giudice di gravame, in senso comunque confermativo a quanto deciso sul punto dal giudice di prime cure, è quella inerente la domanda dell'appellante diretta ad ottenere la maggiorazione retributiva di L. 25.000.000 netti, concordata tra le parti in lite nel luglio 1994.

    La Corte d'Appello di Bologna rigetta anche questa domanda, in quanto il ricorrente aveva percepito la maggiorazione solo dal mese di giugno 1994 al mese di agosto dello stesso anno, mentre dal mese di settembre e fino alla fine del rapporto, gli era stata corrisposta la retribuzione originariamente stabilita.

    Sulla base di tale riscontro, e considerando che il ricorrente non ha provato di aver avanzato alcuna pretesa circa la corresponsione della maggiore retribuzione, il Collegio ha giudicato sussistente la rinuncia per comportamento concludente, con conseguente inapplicabilità dell'art. 2113 c.c., stante la natura pienamente disponibile del diritto alla maggiorazione retributiva. Costituisce jus receptum che "alla rinuncia del superminimo, quale emolumento che si aggiunge alla contrattazione collettiva, non è applicabile la protezione garantita dalla legge e dalla contrattazione collettiva per i diritti derivanti da disposizioni inderogabili e pertanto irrinunciabili e intransigibili, come stabilito dall'art. 2113 c.c." (Cass. civ. sez. lav. 18 novembre 1985, n. 5655, in Giust civ. Mass. 1985; più recentemente, Trib. Milano, 10 dicembre 1997, in Orient giur. lav. 1997, pag. 1023).

    La decisione della Corte di non ricondurre questo punto della controversia sotto la previsione dell'articolo 2113 codice civile è corretta, anche alla luce del fatto che il dirigente, durante il periodo intercorrente nel periodo dal settembre 1994 al gennaio 1996, aveva comunque percepito la retribuzione normale.

    Tale circostanza non è marginale, perché l'articolo 36, comma 1, Costituzione, trova applicazione anche nei confronti dei dirigenti (cfr. Cass. civ., sez. lav., 5 marzo 1987, in Orient giur. lav. 1987, pag. 411, in particolare pag. 416, in cui il Supremo Collegio richiama il principio enunciato da Corte Costituzionale 7 maggio 1975, n. 101, dove si afferma che "la mancanza di un orario quotidiano o settimanale, e quindi di un compenso speciale per il lavoro straordinario, non impedisce che i dirigenti e impiegati con funzioni direttive debbano ugualmente ricevere una retribuzione conforme al principio enunciato dall'articolo 36 Costituzione").

    In altri termini, se il ricorrente avesse rinunciato anche alla retribuzione ordinaria, oltre che alla maggiorazione retributiva, la rinuncia della retribuzione corrispondente al precetto di cui all'articolo 36 Costituzione sarebbe stata riconducibile sotto la previsione di cui all'articolo 2113 codice civile, stante il principio espresso dalla Consulta nella sentenza n. 101/1975.
    Un articolo del corriere della sera in merito alla sentenza grassettata del Tribunale di Milano: Ho rinunciato al superminimo per salvare il posto di lavoro


    Con tutto ciò siamo però fermi al 2002. Di più recente ho trovato questo, articolo dal Quotidiano Giuridico IPSOA:

    Diritto del lavoro
    Solo il corretto esercizio dello "ius variandi" può superare il principio della irriducibilità della retribuzione ex art. 2103 c.c..
    Andrea Stanchi ed Elisabetta Benzi, Avvocati in Milano
    La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11362 dell'8 maggio 2008, motivando sul principio della irriducibilità della retribuzione disposto dall'art. 2103 c.c., ha accolto il ricorso promosso da un dirigente che si era dimesso per giusta causa, lamentando una illegittima riduzione della retribuzione, a seguito dell'applicazione di un diverso ccnl, come statuito da delibera del Consiglio di Amministrazione emanata in costanza di rapporto. Il dirigente rivendicava differenze retributive e indennità sostitutiva del preavviso (nella specie si trattava dell'applicazione del ccnl dirigenti del settore agricolo in sostituzione del ccnl dirigenti industria).

    La Corte, richiamando il principio della irriducibilità della retribuzione dettato dall’art. 2103 c.c., ha precisato che “la retribuzione concordata al momento dell’assunzione non è riducibile neppure a seguito di accordo tra il datore e il prestatore di lavoro ed ogni patto contrario è nullo in ogni caso in cui il compenso pattuito anche in sede di contratto individuale venga ridotto”.

    La Suprema Corte ha ulteriormente precisato che il superamento di tale principio è possibile solo in caso di legittimo esercizio, da parte del datore di lavoro, dello ius variandi . Infatti, “la garanzia della irriducibilità della retribuzione si estende alla sola retribuzione compensativa delle qualità professionali intrinseche essenziali delle mansioni precedenti, ma non a quelle componenti la retribuzione che siano erogate per compensare particolari modalità della prestazione lavorativa, e cioè caratteristiche estrinseche non correlate con le prospettate qualità professionali della stessa, e, come tali, suscettibili di riduzione una volta venute meno, nelle nuove mansioni, quelle caratteristiche estrinseche che ne risultavano compensate”.

    Nella specie - ha motivato la Corte-, non vi è stato uso dello “jus variandi” del datore di lavoro, posto che il dipendente ha continuato ad esercitare le sue mansioni dirigenziali già espletate in precedenza, senza alcuna variazione e non risulta in causa che il dipendente abbia aderito alla riduzione delle sue competenze, deliberata unilateralmente dalla società, essendosi dimesso in tronco.

    La sentenza, che non convince nell’affermazione limitata dei principi e nell’interpretazione della norma, si segnala perché sembrerebbe equivoca nel segnalare una svolta interpretativa rispetto agli orientamenti pluridecennali consolidati che ammettevano, specie rispetto alla qualifica dirigenziale, accordi di modifica consensuale della retribuzione in senso anche peggiorativo purchè nel rispetto dei minimi tabellari (come espressione del principio dell’art. 36 Cost.: cfr. per tutte, in tema di dirigenti, Cass. 6083/1997).

    In realtà, la sentenza parrebbe non essere completamente chiara e da inquadrarsi all’interno di quell’orientamento che precisa che il principio della irriducibilità della retribuzione opera nel limitato ambito del divieto di modifca in pejus della mansione, cossicchè laddove invece non vi sia declassamento professionale del lavoratore “le parti possono validamente stabilire nuovi patti introducendo consensualmente modifiche al contenuto del rapporto ed anche procedendo ad una nuova determinazione della retribuzione, riducendola nel suo ammontare” (cfr. Cass. 9473/87).

    (Cassazione civile Sentenza, Sez. Lav., 08/05/2008, n. 11362)
    Importante la grassettatura: al di là della sentenza (ok, tiro acqua al mulino di cui ormai ho deciso di farmi sostenitore ) l'orientamento definito pluridecennale da chi ha scritto l'articolo è quello della possibilità di agire in senso peggiorativo sulla retribuzione, purchè nel rispetto dei minimi tabellari.

    Ciao

  6. #6
    jemar è offline Senior Member
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    complimenti Studium, al di là degli orientamenti, hai fatto un'utile ricerca x tutti noi grazie

  7. #7
    iam
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    Citazione Originariamente Scritto da Studium Visualizza Messaggio
    ...ok, tiro acqua al mulino di cui ormai ho deciso di farmi sostenitore )
    ti sei fermato troppo presto...

    dai una occhiata alla sentenza 16106 del 27/10/2003.

    Il concetto di base è... come si fa ad essere sicuri che il lavoratore era veramente concorde....e non ha dovuto firmare "per forza" quell'accordo?
    (ed io francamente... mi sento di condividere in pieno)
    Non discutere mai con un idiota, ti trascina al suo livello e poi ti batte con l'esperienza

  8. #8
    URBE74 è offline Senior Member
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    La sentenza cui fa riferimento IAM in effetti sancisce un principio di "irriducibilità" del salario. Tuttavia la stessa S.C., nella medesima, sancisce che alcuni elementi della retribuzione possono essere oggetto di revisione in peius. Si tratta in particolare di tutte quelle voci correlate a particolari caratteristiche oppure a circostanze di tempo e di luogo: si pensi ad esempio all'indennità per disagiata sede o allo straordinario forfait.
    "Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui" E. Pound

  9. #9
    Studium è offline Senior Member
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    Citazione Originariamente Scritto da iam Visualizza Messaggio
    ti sei fermato troppo presto...

    dai una occhiata alla sentenza 16106 del 27/10/2003.

    Il concetto di base è... come si fa ad essere sicuri che il lavoratore era veramente concorde....e non ha dovuto firmare "per forza" quell'accordo?
    (ed io francamente... mi sento di condividere in pieno)
    Perfetto, sentenza molto chiara, e continuando a leggere in giro ho trovato ulteriori conferme

    Non si capisce, dunque, i due avvocati che scrivono per l'IPSOA di quali orientamenti consolidati vadano cianciando

    Quindi l'accordo di cui parla stsimar sarebbe nullo, giusto?

    (a prescindere dal fatto che qualcuno abbia modo e voglia, prima o dopo, di far valere tale nullità entro un tempo "utile", ma questo è un altro discorso).

  10. #10
    Studium è offline Senior Member
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    A prosecuzione del dibattito, e per completezza ulteriore, un recente parere della fondazione studi consulenti del lavoro, secondo cui il superminimo rientra sempre nella libera disponibilità delle parti e, dunque, è riducibile:

    http://www.consulentidellavoro.it/pd...PARERE_N12.pdf

    RIDUZIONE DEL SUPERMINIMO INDIVIDUALE
    Il superminimo individuale, quale emolumento che si aggiunge alla retribuzione prevista dalla contrattazione collettiva, è nella piena disponibilità delle parti, non riguardando l’applicazione di disposizioni inderogabili della legge o dei contratti collettivi.
    Pertanto, è sempre possibile che le parti, dopo aver stabilito in un accordo individuale l’erogazione del superminimo, ne prevedano con un successivo accordo l’eliminazione totale o parziale.
    Il consenso del lavoratore ad un accordo di riduzione del superminimo può intervenire anche per comportamento concludente dello stesso lavoratore, che consiste nel fatto che egli continui a lavorare mostrando di adeguarsi alle nuove condizioni retributive. Tuttavia, il comportamento del lavoratore – per essere idoneo ad esprimere tacitamente la sua volontà – non deve essere motivato da un intento diverso da quello specifico di accettare le nuove condizioni peggiorative (Cass. 18 novembre 1985, n. 5655, in Mass. giur. it., 1985).
    Viceversa, il superminimo individuale non può essere ridotto dalla contrattazione collettiva, di qualunque livello, né tantomeno dal datore di lavoro con atto unilaterale.
    Con riferimento all’art. 2113 Cod. Civ., l’accordo che modifica il superminimo non rientra nell’ambito della norma in questione, poiché non dispone di diritti già entrati nel patrimonio del lavoratore ma regola semplicemente il rapporto di lavoro per il futuro.
    Anche la rinunzia del superminimo individuale da parte del lavoratore (o la transazione che abbia ad oggetto il superminimo individuale) che riguarda diritti già acquisiti dallo stesso lavoratore nel periodo passato, non rientra nell’ambito di applicazione dell’art. 2113 Cod. Civ., trattandosi di un diritto derivante dal contratto individuale e non da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi (art. 2113, primo comma, Cod. Civ.).
    Di conseguenza, la rinunzia o la transazione effettuata in azienda – e quindi non nelle sedi qualificate di cui all’art. 2113 quarto comma Cod. Civ. (sede giudiziale, amministrativa, sindacale, o di certificazione) – è immediatamente valida e non può essere impugnata dal lavoratore (Trib. Milano 10 dicembre 1997, in Orient. giur. lav., 1997, 1023).

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