Buonasera,
vi ringrazio per avermi accolto nel forum. Mi presento: sono un giovane professionista e collaboro in uno studio legale.
Vi racconto in breve la mia vicenda, sperando in un aiuto.

Appena iniziato il praticantato da avvocato, ho aperto nel dicembre 2014 P.IVA in regime dei minimi (5%) su consiglio del mio commercialista. In costanza di tale regime ho emesso solo 3 fatture per importi minimi (circa euro 2.000).

Successivamente, ho iniziato a collaborare con uno studio legale, presso il quale attualmente lavoro, che mi retribuisce con cedolino: in sostanza mi paga l'IRPEF ma non la previdenza che sarebbe a mio carico. ╚ una modalitÓ di retribuzione molto strana per gli studi legali che, di norma, pagano a P.IVA.

Ho quindi deciso di chiudere la P.IVA al solo fine di evitare di pagare la gestione della contabilitÓ al mio commercialista, ma con l'(ovvia) intenzione di riaprirla negli anni successivi, ossia una volta diventato avvocato oppure qualora avessi voluto cambiare studio.

Ebbene, oggi mi trovo davanti alla possibilitÓ di cambiare studio e a dover riaprire la P.IVA. Il mio commercialista mi riferisce per˛ che non potr˛ pi¨ beneficiare del regime dei minimi (5%) ma solo del forfettario (15%). Mi trovo quindi a dover pagare il triplo di tasse.

Sinceramente la cosa mi scoccia non poco dato che si sta parlando di circa euro 1500 di imposte in pi¨ all'anno. Il mio commercialista al momento della chiusura della P.IVA non mi ha detto NULLA circa l'impossibilitÓ di usufruire del regime favorevole in futuro. Ed era ovvio che avrei aperto nuovamente la P.IVA in futuro! Sono un professionista.

PoichŔ non sono un commercialista, mi chiedo se la mancata informazione al momento della chiusura della P.IVA pu˛ rappresentare una colpa grave del commercialista nell'espletamento del suo mandato (con conseguente azione risarcitoria nei suoi confronti). Voi come vi sareste comportati? Io avrei certamente avvertito il mio cliente di un simile rischio.

Grazie in anticipo per le risposte