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Discussione: Il datore ha convertito all'insaputa l'orario da tempo pieno a parziale? Ecco che far

  1. #1
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    Predefinito Il datore ha convertito all'insaputa l'orario da tempo pieno a parziale? Ecco che far

    In questo periodo di crisi, sempre più spesso le imprese decidono di ridurre il costo del lavoro, procedendo a ridurre l'orario di lavoro dei propri dipendenti, spesso paradossalmente a loro insaputa. Oggi ho avuto modo di rispondere ad una lettrice la quale, dopo essere state licenziata, ha provveduto a verificare la sua situazione contributiva scoprendo con grande sorpresa che presso l'Inps il rapporto di lavoro era stato convertito in un part time, con inevitabile riduzione delle settimane contributive accreditate.
    Quanti di voi saprebbero cosa fare in questa occasione?
    Vi riporto la mia risposta che potrebbe tornare utile a tanti di voi incappati nella stessa situazione (magari non lo sapete ancora... quindi correte a fare un estratto conto previdenziale!):

    "Ciao xxxxx, occorre innanzitutto fare alcune precisazioni. Ai fini dell'ASpI, ciò che interessa sono le settimane contributive accreditate nel biennio precedente lo stato di disoccupazione in quanto è solo in questo arco di tempo che l'Inps verificherà la sussistenza dei requisiti contributivi (altro discorso merita la pensione, per la quale valgono i contributi versati durante l'intera vita lavorativa, c.d. requisito contributivo). Secondariamente, colgo questa occasione per ribadire che il controllo per verificare il regolare versamento dei contributi da parte del datore va fatto immancabilmente ogni anno, e se possibile anche più frequente, per potere intervenire tempestivamente in caso di omissioni. Terzo punto, tutti i datori di lavoro mensilmente devono trasmettere all'INPS una denuncia retributiva (denominata "flusso UniEmens) attraverso la quale indicano per ciascun mese tutti i dati relativi alle retribuzioni corrisposte nel mese, eventuali assenze o permessi non retribuiti, ferie etc, cosicchè l'Inps possa procedere ad accreditare, sulla base delle risultanze di tali flussi UniEmens mensilizzati, le relative settimane contributive. Ciò premesso, diventa più facile risponderti con semplicità.

    Con riferimento alla prima questione, se il tuo contratto di lavoro risulta essere un contratto di lavoro a tempo pieno (di norma 40 ore settimanali), nel flusso UniEmens devono risultare tutte e 40 le ore settimanali lavorate. Nel tuo caso è molto probabile che il datore di lavoro abbia operato, tramite il sistema delle comunicazioni obbligatorie (il cosidetto UniLav) una riduzione dell'orario di lavoro da full-time in part-time senza il tuo espresso consenso. A questo punto è d'obbligo soffermarsi sull'aspetto giuridico della questione. A tal proposito, la sentenza della Corte di Cassazione del 21 novembre 2011, n. 24476, ha disposto che "La riduzione dell'orario di lavoro senza il consenso del lavoratore implica la condanna del datore di lavoro al pagamento delle differenze retributive, senza che incomba l'onere giuridico sul lavoratore medesimo di dimostrare il dispendio inutile di energie lavorative". A ciò si aggiunga che la legge prevede la nullità della clausola relativa alla riduzione dell'orario di lavoro laddove la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto di lavoro a tempo parziale avvenga senza un accordo delle parti, risultante da atto scritto. Nel caso in esame, non solo manca la forma scritta del contratto, ritenuta di per se un requisito "ad substantiam" a pena di nullità, ma ci troviamo in assenza anche dell'ulteriore elemento essenziale, quale è per l'appunto la volontà delle parti di volere ridurre l'orario di lavoro. Tra l'altro, la giurisprudenza ha ribadito il carattere necessariamente bilaterale della volontà in ordine a tale riduzione nonché della collocazione della prestazione lavorativa in un determinato orario (reputato dalle parti come il più corrispondente ai propri interessi). Ciò comporta che ogni modifica di detto orario non possa essere attuata unilateralmente dal datore di lavoro in forza del suo potere di organizzazione dell'attività aziendale, essendo invece necessario il mutuo consenso di entrambe le parti.

    Concluso questo breve excursus giuridico, passiamo ad esaminare la seconda questione.

    Inevitabilmente, una riduzione dell'orario di lavoro da full-time a part-time comporta una inevitabile riduzione delle ore lavorate e dunque delle settimane contributive accreditate dall'Inps, che incidono negativamente sui requisiti essenziali previsti dalla normativa per accedere all'ASpI (52 settimane contributive nel biennio) o alla Mini-ASpI (13 settimane contributive nei 12 mesi precedenti). Difatti, se un lavoratore svolgendo attività lavorativa per 40 ore settimanali ha diritto ad avere accreditata una settimana contributiva piena, lo stesso non avviene per un part-time, e ti spiego subito il perchè. L'Inps adopera un sistema di calcolo differenziato tra chi lavora a tempo pieno, e chi invece settimanalmente non riesce a raggiungere un minimale contributivo, quantificato per il 2013 in euro 198,17.
    Poniamo che il Sig. Tizio, abbia lavorato per due anni a tempo pieno (104 settimane contributive) percependo una retribuzione "x". Alla data di licenziamento avrà diritto all'ASpI.
    Poniamo invece che il Sig. Caio abbia anch'egli lavorato per due anni, ma a tempo parziale percependo 150 euro settimanali, ossia 649,50 euro al mese (il coefficiente mensile è 4,33), ossia 7.794 in un anno, e 15.588 euro in due anni. Con 15.588 euro, Caio non avrà diritto a tutte le 104 settimane contributive come Tizio, perchè avendo versato una somma inferiore al minimale, l'Inps procederà a calcolare le sue settimane suddividendo l'intero imponibile del biennio (15.588 euro) per il famoso minimale contributivo (198,17). Risultato? 78 settimane contributive anzichè 104, ergo non raggiunge il requisito per accedere all'ASpI. Questo esempio ti fa ben capire come la riduzione dell'orario di lavoro da full-time a part-time possa incidere significativamente sul numero di settimane contributive laddove tale riduzione comporti una riduzione inferiore al minimale contributivo.

    Per questi motivi, ti consiglio innanzitutto di rivolgerti al Centro per l'Impiego della tua città o a qualsiasi ufficio INPS per verificare l'ultima tipologia di rapporto contrattuale registrata nei sistemi informativi centrali (in particolare potrai chiedere al C.P.I. l'UniLav inviato dal datore di lavoro). Laddove avessi la conferma che il datore di lavoro abbia proceduto unilateralmente a ridurre l'orario di lavoro, potrai invocare la nullità di tale contratto e, se da tale illiceità ne dovesse derivare la perdita del diritto all'ASpI, potrai avanzare nei suo confronti la richiesta di risarcimento danno pari all'intero importo che sarebbe stato corrisposto dall'INPS a titolo di ASpI. Potrai inoltre chiedere al datore di lavoro di versare tutte le differenze contributive connesse alla illecita trasformazione del rapporto di lavoro."
    Dott. Andrea Rosana

  2. #2
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    Grazie Andrea! Un ottimo intervento, nello spirito del forum: essere di aiuto agli altri... Grazie!

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